venerdì 5 ottobre 2012

L'icona del Crocefisso nella Chiesa dei primi secoli


 
 
Premessa

La croce, strumento di tortura e di morte, era composta di due legni, uno verticale (stipes) e uno orizzontale (patibulum), su cui si legavano o inchiodavano i condannati.

Il supplizio della croce, detto crocifissione, consisteva infatti nell’issare sul palo verticale, conficcato nel terreno, il condannato con le braccia legate al patibulum passato dietro la schiena.

La crocifissione fu in uso presso antichi popoli, come i Persiani e i Cartaginesi. Essa è menzionata dal poeta e storico latino Quinto Ennio (239-169 a. C.) e fu introdotta a Roma durante le guerre puniche, come il più scandaloso e infamante dei supplizi. Infatti nel periodo repubblicano fu usata per l’esecuzione capitale degli schiavi e successivamente, cioè nel periodo imperiale, anche per dare la morte a disertori, briganti, sobillatori di rivolte, ecc., specialmente nelle Province dell’Impero.

La condanna alla crocifissione di un cittadino romano era però considerata grave offesa al diritto.

Ponzio Pilato, governatore romano della Palestina, condannò Gesù Cristo alla crocifissione come se fosse un volgare sobillatore ebreo, che si autoproclamava re del popolo a cui apparteneva.

Nei primi secoli del Cristianesimo l’immagine del Cristo  crocifisso non fu per niente presente nella iconografia, nel culto e nella liturgia. Ciò si spiega col fatto che il simbolo del supplizio riservato ai più indegni malfattori richiamava alla mente un istintivo orrore che solo un evento eccezionale, unito alla fede, poteva trasformare in venerazione.

 I primi cristiani evocavano il mistero della Redenzione con altri simboli quali, per esempio, il pesce, l’agnello, l’ancora, i pani, la colomba, ecc.. Ciò si può constatare nelle catacombe, dove sono frequentissimi detti simboli, mentre la croce è raramente graffita o dipinta.                                                

Inoltre non è da escludere che a tener lontani i cristiani dal culto della croce contribuisse anche l’accusa di idolatria rivolta loro da ebrei e pagani.

Ma la visione avuta dall’imperatore Costantino durante la battaglia di Ponte Milvio (312 d.C.), l’aver egli impresso il segno della croce sul labaro, sugli scudi dei soldati e sulle monete, nonché il ritrovamento (inventio)[1] della vera croce di Cristo, rimasta sepolta sotto il tempio di Venere, fatto erigere sul Calvario dall’imperatore Adriano, e il diffondersi delle reliquie della stessa nel mondo cristiano da un lato concorsero all’affermarsi nell’iconografia cristiana del segno della croce, dall’altro diedero al culto privato e pubblico della crocifissione di Gesù un rapido sviluppo.

Per quanto riguarda l’iconografia occidentale le prime opere conservate, in cui compare la crocifissione di Cristo nel suo realismo, risalgono al V sec. dopo Cristo. Tuttavia ancora nella prima metà del VI sec. a Ravenna nell’amplissimo ciclo di mosaici di S. Apollinare Nuovo manca tra le scene della Passione la principale: il Cristo in croce.

La più antica immagine esplicita della Crocifissione che finora si conosca è quella intagliata nel legno della famosa porta di S. Sabina sull’Aventino, costruita al tempo di Papa Celestino I (422-432) da un prete dell’Illiria di nome Pietro.

Della stessa epoca è la Crocifissione incisa su una tavoletta d’avorio , che è conservata a Londra nel British Museum, nella quale il Cristo è rappresentato vivo, quasi ignudo, con alla sinistra un soldato nell’atto di colpirlo con la lancia e alla destra Maria SS. e il discepolo Giovanni.

Analoga scena è riprodotta con vivace realismo in una miniatura dell’Evangelario cosiddetto di Rabbuia, conservato nella Biblioteca Laurentiana di Firenze, risalente al VI secolo.

Anche nella Crocifissione rappresentata in un affresco dell’VIII sec., che trovasi a Roma nella Chiesa di S. Maria Antiqua, il Cristo è vivente, ma vestito con una lunga tunica senza maniche (colobium); a sinistra della croce ci sono Maria SS. e il soldato romano con la lancia, a destra S. Giovanni evangelista e la guardia giudea con la canna.

La rappresentazione di Cristo sulla croce in posizione eretta e con gli occhi aperti, quale vivo, era arrivata in Occidente dalla Siria e dalla Cappadocia, passando per Bisanzio. Essa stava a significare che Gesù è il Signore (Christus triunfans ) e che Egli, come insegna suggestivamente S. Giovanni Crisostomo, ha liberamente accettato la sua morte : “… la fine sopravvenne  quando Egli lo volle ed Egli lo volle quando tutto fu compiuto. Egli non inclinò la testa quando fu spirato, come avviene per noi, ma quando inclinò la testa, allora spirò…”.

Raffigurare sulla croce il Figlio di Dio incarnato nel primo millennio aveva anche valore d’insegnamento dogmatico: significava, infatti, attestare contro le eresie docetiste[2] che Egli era un vero uomo e aveva realmente sofferto la passione. Ma, poiché il suo corpo non doveva subire la corruzione, rimase a lungo il riserbo di raffigurarlo morto, con gli occhi chiusi.

Una stupenda immagine del Christus triunfans ( cioè in posizione eretta, gli occhi aperti, ecc.) è il cosiddetto Crocifisso di S. Damiano, conservato nella Basilica di S. Chiara in Assisi.

Si racconta che nell’estate del 1205 S. Francesco, mentre in un oratorio della campagna di Assisi, dedicato a S. Damiano, pregava dinanzi a detto Crocifisso, dipinto su tavola, udì una voce che gli diceva : “vade, Francisce, et repara domum meam” (va, Francesco, e ripara la mia casa).

Si tratta di un’icona bizantina di carattere liturgico, che merita un’attenta lettura, poiché con essa l’anonimo monaco siriano , che l’ha dipinta nel XII secolo, ha inteso guidare alla meditazione del mistero della Passione, realizzando un meraviglioso compendio pittorico che interpreta fedelmente la S. Scrittura

Sul piano storico c’è però da osservare che il Crocifisso di S. Damiano è stato dipinto secondo i canoni iconografici in voga nel primo millennio ( posizione eretta , occhi aperti, ecc.), mentre già all’inizio del secondo millennio, sull’onda emotiva della compassione, si andava diffondendo nella cristianità, prima in Oriente e poi in Occidente, il criterio di rappresentare Gesù Crocifisso con gli occhi chiusi, il busto contorto, le gambe ripiegate, le braccia stirate a forza, il capo abbandonato sulla spalla destra ovvero reclinato e cadente: Christus patiens.

Tuttavia nell’area ortodossa , malgrado questo cambiamento di fondo, la scena della Crocifissione rimase sempre immersa in un’atmosfera di grande nobiltà, dove il sentimento del dolore lascia sempre il posto alla contemplazione del mistero. Ciò è chiaramente attestato da numerose icone orientali dei primi secoli del secondo millennio. Particolarmente significativa è l’attestazione fornita da un’icona della Scuola di Mosca, risalente alla fine del  ‘300 , la quale sarà anch’essa oggetto di attenta lettura.

Prima, però, d’iniziare l’esame dei suddetti due dipinti è forse opportuno rammentare che i cristiani d’Oriente guardano alle icone con gli occhi della fede, perché le considerano immagini dell’Invisibile.

 Noi occidentali, invece, siamo portati a considerare tutti i dipinti, anche quelli di carattere religioso, sotto l’aspetto estetico, valutandone l’espressività e la capacità di suscitare emozioni, di rapire gli animi. L’icona, invece, deve essere letta e contemplata, perché tende a rivelare il mistero profondo dell’essere.

                                  

    Il Crocifisso di S. Damiano                                                                                                                                                                               

Il Crocifisso di S. Damiano è un’icona che ci parla del mistero della Passione di Gesù  con il linguaggio dell’evangelista Giovanni e talvolta anche con quello dell’apostolo Paolo.

Nel IV Vangelo è descritta la lotta tra la luce e le tenebre (Gv. 1,5) e nell’icona si può contemplare il risultato finale di tale lotta: il corpo vittorioso di Gesù appare tanto più luminoso in quanto risalta su un fondo nero, simbolo delle tenebre, dell’opposizione alla luce, dell’incredulità, del peccato; altro colore dominante è il rosso, simbolo dell’amore, che inquadra tutta l’icona, presentandola come luogo drammatico della vittoria della luce  e  dell’amore sulle tenebre.

L’inquadratura, formata da una moltitudine di conchiglie, indica che  l’icona è destinata a rivelare un mistero celeste. Infatti le conchiglie, per la loro bellezza ed incorruttibilità, erano per gli antichi simbolo dell’eternità divina. L’inquadratura, però, non è chiusa alla base e lo spazio libero costituisce una sorta di entrata. I personaggi appena distinguibili  che si trovano su di essa sono Santi. Di essi è visibile solo la parte superiore del corpo: ciò significa che con la parte superiore del loro essere, cioè con la loro anima, sono entrati nella dimora celeste. Quindi l’icona rappresenta il Regno di Dio, nel quale introduce la Fede. Il Cristo in croce è, come già detto, vivente con sulla sua testa non una corona di spine, ma una corona di gloria, nella quale, però, sono presenti le linee della croce. .

L’iconografo, nel dipingere il volto di Gesù con la corona di gloria, ha sicuramente tenuto presente il cosiddetto Acheròpita, cioè l’icona riproducente il volto di Cristo sullo sfondo di un nimbo crociato, che, secondo una leggenda non sarebbe stata dipinta da mano d’uomo e riprodurrebbe le vere sembianze di Gesù impresse su una tela.

Ma, leggenda a parte, l’origine dell’Acheròpita potrebbe essere collegata all’ostensione della sacra Sindone a Costantinopoli (678 – 766).

La veste di Gesù è un perizoma di lino orlato d’oro. Il lino e l’oro erano usati per le vesti sacerdotali.

La posizione verticale di Gesù sta a significare che Egli è asse del mondo e le sue braccia, inchiodate sul patibulum esprimono un gesto di accoglienza: sono aperte per abbracciare l’universo.

Il Cristo è circondato da 33 personaggi che sono il simbolo della Comunione dei Santi di ogni tempo.

Gesù, con i piedi su fondo nero, sembra risalire dagli inferi.

Il suo volto, il suo collo e anche la corona di gloria sono leggermente velati: il loro splendore è oscurato da un’ombra, rappresentante la vera umanità del Redentore  del mondo.

Sulla fronte del Crocifisso si può distinguere la colomba raffigurante lo Spirito Santo disceso su Gesù battezzato da Giovanni.

Gli occhi del Cristo sono bene aperti e ce lo indicano come il vivente per eccellenza. Essi sono anche molto grandi, smisuratamente grandi, perché Egli è il vedente, cioè l’unico che vede il Padre (Gv. 6, 46), perché sempre rivolto a Lui (Gv 1,18).     

Lo sguardo grave, ma sereno, è rivolto fra cielo e terra: grave perché Gesù è pienamente cosciente dell’importanza del dramma di cui è al centro; sereno perché sa che le “porte degli inferi non prevarranno contro la Chiesa” (Mt 16, 18), ma soprattutto perché può presentarsi al Padre dicendo: “Ecco, vengo, ho fatto la tua volontà”.

Rivolto fra cielo e terra, perché Egli è il mediatore (Eb 8.6) tra il Padre (che è in cielo) e gli uomini (che  sono sulla terra). Il nostro sguardo non  può incrociarsi con quello del Crocifisso: Egli vede più lontano, al di là di noi, e ci invita a guardare verso il Padre, cioè ci invita alla conversione.  

Dopo la resurrezione Gesù apparve ai suoi discepoli e soffiò su di loro dicendo: “Ricevete lo Spitito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi…” (Gv 20,22).

L’icona ci presenta il Cristo con il collo gonfio proprio per rammentarci che Egli soffia lo Spirito anche su di noi.

Le piaghe delle mani, dei piedi e del costato riversano il sangue dell’Agnello di Dio sui personaggi

che sono sotto le braccia e sotto i piedi. E’ il sangue della nuova alleanza che, come dice S. Paolo, “ci procura una redenzione eterna… (in quanto Cristo), che con Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza delle opere di morte per servire il Dio vivente (Eb 9, 12-14).

In ciascuna delle estremità dell’asse trasversale della croce tre Angeli, messaggeri della parola di Dio, fissano lo sguardo sulle mani di Gesù, esprimendo stupore dinanzi allo spettacolo del sangue sparso dall’unico Figlio di Dio. 

I personaggi sotto le braccia del Crocifisso, dei quali si possono leggere i nomi sritti sotto i loro piedi, sono (da sinistra a destra) Maria, Giovanni, Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo e il centurione romano.    

Essi sono tanto vicini a Gesù, perché si è adempiuta la sua ardente preghiera: “Padre, voglio che quelli che tu mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato” (Gv 17, 24).

Inoltre sono tutti immersi nella luce, poiché sono diventati “figli della luce”(Gv 12, 36), e hanno tutti la stessa statura, in quanto per essi si è compiuta la parola di Paolo: “… finchè arriviamo tutti…allo stato di uomo perfetto…”(Ef  4. 13).  

Essi si somigliano, avendo gli stessi lineamenti del Crocifisso: occhi grandi, bocca piccola e viso ovale. In questo risuona ancora la parola di Paolo: ”Quelli che Dio ha sempre conosciuto, li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo…” (Rm 8, 29).

Maria e Giovanni sono alla destra del Crocifisso, al posto d’onore, e sembrano ricordare le parole di Gesù :“Donna, ecco tuo figlio” (Gv 19,26). Cristo è leggermente rivolto verso di loro.

Giovanni, che riceve il sangue direttamente dal costato, guarda nella stessa direzione del Maestro. Il volto di  Maria  è maternamente inclinato  verso il Figlio. La sua mano sinistra sotto il mento esprime la sua ammirazione davanti al mistero di Gesù vivente in Giovanni. Nel momento della prova, dinanzi al Figlio crocifisso, il volto di Maria è stupito, ma sereno: ha già la luce del Risorto negli occhi di pianto.

La Madonna indossa un mantello bianco, segno della purificazione portata da Cristo. Sul mantello sono dipinte numerose pietre preziose che simboleggiano i doni dello Spirito Santo. Sotto il mantello ha un vestito di colore rosso scuro, simbolo dell’amore. Infine la sua tunica è viola, il colore della stoffa con cui era foderata l’Arca dell’Alleanza: è Maria la vera Arca dell’Alleanza. Il suo volto è bellissimo, perché in esso si riflette la divinità di Gesù.   

Giovanni, “il discepolo che Egli amava” (Gv 19, 26), è nell’atteggiamento di colui che si sa amato e che accoglie questo amore. La sua mano destra e quella di Maria sono dirette verso Gesù, oggetto del loro amore e della loro adorazione.

La tunica bianca di Giovanni sta ad indicare la vittoria di lui sulla carne, la castità perfetta che lo ha reso meritevole di accogliere la sapienza “…che non abita in un corpo schiavo del peccato” (Sap 1, 4); il colore rosa antico del mantello indica appunto il suo amore per la sapienza eterna.

A sinistra del Crocifisso ci sono Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e il centurione romano che conandava i soldati e le guardie incaricati dell’esecuzione.

La vicinanza delle due donne a Gesù sta ad indicare che esse, oltre ad essere state al suo seguito per servirlo (Lc 8, 2), sono state sul Golgota presso la Croce insieme a sua Madre e a Giovanni (Gv 19, 25).

Il centurione romano guarda Gesù e con la mano destra alzata ne afferma la divinità dicendo: “…veramente quest’uomo era Figlio di Dio” (Mc 15, 39). Egli rappresenta la moltitudine di persone che, pur essendo cresciute senza conoscere Dio e Gesù, sono state fedeli alle ispirazioni dello Spirito Santo.

Al disopra della spalla del centurione si notano il viso del committente dell’icona e, dietro di lui, in prospettiva tre teste che evocano il popolo di Dio.

I due personaggi di dimensioni ridotte che sono accanto a Maria e al centurione rappresentano i romani e gli ebrei incaricati dell’esecuzione. A destra è il soldato romano, che con la lancia colpì il costato di Gesù, e alla sinistra è la guardia giudea, che gli porse la spugna imbevuta di aceto, realizzando così incosciamente la predizione del salmista: “…quando avevo sete mi hanno dato aceto” (sal 69, 22). Entrambi hanno il ginocchio levato, la mano sul fianco e lo sguardo rivolto a Gesù. Ciò sta a significare che hanno avuto lo stesso ruolo, cioè la responsabilità della morte di Gesù ricade ugualmente sui pagani e sugli ebrei. Tuttavia la loro modesta statura sta ad indicare che il loro ruolo è stato modesto: agli occhi degli uomini è parso che abbiano ucciso Gesù, ma in realtà “…nessuno ha tolto a lui la vita, perché Egli l’ha offerta da se stesso” (Gv 10, 18).

Gli uomini hanno fatto di tutto per infierire contro Gesù, per flagellarlo, per crocifiggerlo, per ucciderlo, ma sono riusciti solo a glorificarlo. Comunque i due hanno gli occhi rivolti al Crocifisso, come sta scritto: “volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto” (Gv 19, 37).  

A sinistra delle gambe del Crocifisso è Dipinto un gallo, simbolo do sole nascente. Questo sole è Gesù stesso, la vera luce che si diffonde sul mondo.

Al di sopra della corona di gloria c’è la scritta: “Gesù Nazareno, Re dei Giudei”. Il queste parole è il mistero della vita di Gesù. Il profondo abbassamento viene affermato dall’appartenenza al villaggio più disprezzato: “…da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?”(Gv 1, 46).

La sua glorificazione è proclamata con la proclamazione ufficiale della sua regalità.

Al di sopra della scritta vi è un cerchio nel quale, su fondo rosso, è dipinto il Cristo in ascensione, rivestito di un abito bianco e di una sciarpa dorata, con in mano una croce luminosa, segno di vitttoria sulla morte e “scettro della sua giustizia, uno scettro regale” (Sl 45, 7).                  Il Risorto sfugge alla finitezza della morte per entrare nella pienezza della gloria del Padre. 

Il cerchio è simbolo di perfezione, ma il suo contorno è superato dalla testa e dalla mano destra del Risorto: Gesù Cristo è perfezione delle perfezioni. Egli entra vivo con il suo corpo nell’eternità e l’ampio sorriso, che illumina il Suo volto, conferma che Egli è stato “…unto con l’olio dell’esultanza” (Sal 45, 8), come canta il salmista. Finalmente la Sua prova è finita ed Egli ne è uscito vincitore!

I 10 Angeli che lo accolgono sono vestiti di rosso e d’oro. Essi hanno visto il Figlio uscire dalla casa del Padre e venire al mondo, lo festeggiano trionfalmente, mentre ritorna al Padre (Gv 16, 28), e sembrano cantare come a Bettlemme: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Egli ama” (Lc 2, 14).

La mano del Padre occupa lo spazio più alto della croce. Essa è inserita nella metà inferiore di un cerchio, del quale non si vede la metà superiore: nessun occhio umano ha visto mai il Padre che, però, si rivela nella benedizione, la quale altro non è che il dono dello Spirito, meritato per effetto della morte di Gesù, il quale ha detto: “ E’ bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò” (Gv 16, 7).

Dinanzi a questa meravigliosa icona possiamo ben dire che il pennello dell’anonimo pio autore, guidato dalle antiche tradizioni della Chiesa, ha reso visibile la glorificazione di Gesù implicita nella sua passione. In essa sull’annuncio della morte prevale nettamente la proclamazione della resurrezione del Figlio di Dio.

Meditando sul significato dei colori, delle forme e dei simboli usati dall’iconografo e sulla maniera da lui seguita nel rappresentare i personaggi, viene spontanea l’affermazione:

 “ il Risorto è il Crocifisso”.

 

    Dal Christus triunphans al Christus patiens


Il Crocifisso di S. Damiano, appartenente al genere iconografico del Christus triunphans fu dipinto, come detto in precedenza, nel XII secolo, quando già in Occidente e anche in Italia si andava diffondendo la raffigurazione del Christus patiens, ideata in Oriente sull’onda emotiva della compassione.

Il Crocifisso dipinto da Giunta Pisano intorno al 1230, conservato nel Museo della Porziuncola in S. Maria degli Angeli, viene indicato come una delle più antiche raffigurazioni occidentali del Christus patiens, cioè col corpo pendente dal legno della croce, che disegna una morbida curva, col capo reclinato sulla spalla destra e gli occhi chiusi nel sonno della morte.

E’ un’opera validissima dal punto di vista estetico e veramente capace di suscitare dolore e commozione in chi la osserva. Ma, ai fini della contemplazione del mistero della Passione, non ha la stessa efficacia delle analoghe immagini realizzate nello stesso periodo nella Chiesa ortodossa.

Tra il 1265 e il 1268, Cimabue, realizzando il Crocifisso per la Chiesa di S. Domenico in Arezzo, segue la strada già battuta da Giunta Pisano con l’intento d commuovere, strappare lacrime di contrizione. Perciò tende ad esasperare le maniere orientali, servendosi dei modi di comunicazione correnti, che carica di una tensione passionale nuova. Ottiene così un plasticismo di esasperante bellezza.

Nel Crocifisso dipinto da Giotto intorno al 1300 per la Chiesa di S. Maria Novella in Firenze il distacco dalla tradizione bizantina risulta evidente per la posizione non forzata del corpo di Gesù, per i lineamenti delicati delle figure, per la semplicità del perizoma e la sovrapposizione dei due piedi, fissati con un unico chiodo.

Il corpo del Cristo è rigorosamente fondato su una strutturazione geometrica che evita al massimo le linee curve. Eppure l’effetto è di un’estrema morbidezza, anche in virtù dei colori  usati.  

Il dipinto fu eseguito per essere appeso ad un pontile a metà della Chiesa, perciò le braccia di Gesù, tese ai chiodi della croce, sono state rappresentate in prospettiva per essere viste dal basso: il fedele, passando sotto il pontile e guardando in alto, doveva avere l’impressione quasi di un corpo reale, appeso sopra di lui con le palme lacerate rivolte verso terra, quasi a farvi colare le gocce di sangue.

Sotto il pennello di Giotto è l’umano che si divinizza, in quanto avviene un trasferimanto dalla sfera dell’emozione a quella sella certezza razionale. Ciò è evidente non solo nella figura di Cristo, che pende verticalmente appena sorretta dalle braccia, senza inarcarsi in un macabro spasimo, ma anche nelle figure di Maria e Giovanni, nelle quali ogni gesto di angoscia è sostituito dall’atteggiamento stoico di chi, stringendo le mani l’una con l’altra per frenare ogni gesto convulso, domina il dolore con consapevolezza filosofica.

      

         Il Crocifisso della Scuola di Mosca

L’icona della Scuola di Mosca, risalente alla fine del ‘300 e conservata nel Museo A. Rublev di Mosca, è posteriore alle opere di Cimabue e di Giotto, ma in essa sono pienamente presenti gli elementi iconografici caratteristici della tradizione orientale e bizantina, tendenti a suscitare commozione, ma nello stesso tempo capaci di stimolare alla contemplazione del mistero della Passione.

In essa la croce, saldamente piantata nel cono pietroso raffigurante il Golgota, svetta verso il cielo come per riunire alle cose celesti ciò che è sulla terra e nel mondo degli inferi. Quest’ultimo è simboleggiato da una piccola caverna nera, posta al disotto della croce, nella quale riposa il teschio di Adamo.

Il corpo di Gesù pende dalla croce seguendo una nobile linea curva ed è coperto solo intorno al bacino da un perizoma bianco, che con l’eleganza delle sue pieghe esalta la stessa linea curva.

Gli occhi chiusi indicano la vera morte; nello stesso tempo, però, il volto inclinato verso Maria traduce piuttosto un sonno profondo, trsmettendo la verità dogmatica dell’incorruttibilità del carpo di Cristo nella morte: “La vita si è addormentata e l’inferno freme di spavento”, recita l’Ufficio del Sabato Santo.

Morto e rilassato, il Crocifisso non ha perduto nulla della sua regale nobiltà e conserva sempre la sua maestà, perciò si è portati ad esclamare con S. Giovanni Crisostomo: “Io vedo il Crocifisso e lo chiamo Re”.

Lo scrittore russo Pàvel Evdokimov, nel suo libro intitolato “Teologia della bellezza”, così scrive: “… Il Salvatore in croce non è semplicementeun Cristo morto, è il Kirios, il signore della propria morte e della propria vita. Egli non ha subito alcuna alterazione per effetto della Passione: resta il Verbo, la Vita eterna, che si consegna alla morte e la vince…”.

Pertanto si può ben dire che “la Croce è l’albero della vita, piantato sul Calvario”, come recita l’Ufficio dell’esaltazione della Croce.

D’altronde nell’icona, alla sommità della croce in una scritta, ormai scomparsa, invece della motivazione della condanna (…re dei Giudei) si leggeva: “Gesù, re della gloria”.

Lo sfondo architettonico mostra le mura di Gerusalemme, significando che Cristo ha sofferto fuori della città e, secondo S. Paolo, noi cristiani dobbiamo imitarlo “…perché non abbiamo quaggiù una citta stabile” (Eb 13, 11-14).   

Invece il chiarore del cielo sottolinea, secondo S. Atanasio, la portata cosmica della Croce, che purificò l’aria dalle potenze demoniache.

L’icona esprime la regalità di Gesù Crocifisso anche attraverso l’unico accordo cromatico ocra-bruno con cui somo trattati volumi e figure sul chiarore immateriale delle mura e del cielo. Dal canto loro i riflessi acquei della stoffa del perizoma sulle tuniche di Maria e Giovanni, sulle rocce del Golgota e sul teschio che è sotto la croce contribuiscono ad annullare ogni pesantezza.

Tra le figure esiste uno stupendo equilibrio: la lieve inclinazione della Madre si prolunga in quella del busto del Figlio, mentre il contorno arcuato dell’Apostolo compensa il vuoto creatosi; le teste dei tre personaggi sono ai vertici di un triangolo equilatero e i due angeli in alto accentuano la stabilità della struttura.

Analogo equilibrio informa anche la sfera dei sentimenti: il gesto della mano sulla guancia compiuto da Giovanni esprime insieme dolore e contemplazione, invece l’atteggiamento di Maria è quello di colei che continuamente intercede per l’umanità intera; i due angeli si velano il volto, attoniti di fronte all’incomprensibile umiliazione del Signore della Vita.

Soprattutto, però, s’impone la pace del corpo maestoso e al tempo stesso delicato del Cristo crocifisso, al quale la curva del dolore si può dire che conferisca maggiore eleganza e leggerezza.

Il sangue zampilla dal costato e scorre dalle ferite prodotte dai chiodi. Per mezzo di esso il cranio del vecchio Adamo riceve il primo lavacro della Redenzione.

Redenzione che si estende a tutto l’universo e che nella croce a tre dimensioni (asse verticale, suppedaneo e asse trasversale) trova il simbolo più totalizzante.

Croce cosmica di Cristo che abbraccia il mondo intero per ricrearlo, secondo la bellissima spiegazione di S. Ireneo:

“…Per il verbo di Dio, tutto è sotto l’influsso dell’opera redentrice, e il Figlio di Dio, mediante la sua benedizione, ha apposto il segno della sua croce su tuttele cose. E’ Lui infatti che illumina le altezze, cioè i cieli, è Lui che penetra le profondità dei luoghi inferiori, Lui che percorre sia la lunga estensione da oriente ad occidente che l’immenso spazio da nord a mezzogiorno, chiamando alla conoscenza del Padre gli uomini dispersi in ogni luogo” (v. Ireneo di Lione, Demostratio apostolica 34; SC 62, Parigi 1969, p. 87).

Riferimenti:

P. N. Evdokimov, Teologia della bellezza, Milano, 1990;
Marc Picard, L’icona del Cristo di S. Damiano, Assisi 1989;
M. Giovanna Muzj, Trasfigurazione, Edizioni Paoline, 1987. 


 

Pietro Congedo



[1] Le ricerche della vera croce di Cristo furono fortemente volute da Elena, madre di Costantino. Questi fece a sua volta collocare una croce ornata di gemme sul S. Sepolcro, nella grande basilica eretta a Gerusalemme dopo il ritrovamento della sacra reliquia. 
[2] Il docetismo è una dottrina eretica che nega la natura umana di Cristo e, di conseguenza, il suo concepimento e la sua nascita da Maria e la realtà delle sue sofferenze sulla croce.